Studio di Psicoterapia e Psicoanalisi
Nel pensiero di Franco De Masi la psicosi appare come una soglia estrema della vita psichica, un punto in cui il processo evolutivo si arresta e la mente smette di crescere fino a configurare ciò che l’autore definisce una vera e propria morte interna. Per comprendere questa prospettiva occorre partire dall’idea che lo sviluppo psicologico si fonda sulla capacità del bambino di investire affettivamente le relazioni che attraversa e di trasformare tali esperienze in pensiero. La famiglia, la scuola, il gruppo dei pari rappresentano tappe progressive attraverso cui la mente acquisisce spessore, si differenzia, si struttura. Quando questo percorso si interrompe in modo precoce e il bambino scopre la possibilità di ritirarsi in un mondo sensoriale autosufficiente, la mente devia dal suo compito evolutivo e si organizza attorno a esperienze interne chiuse che non diventano simbolo. Il ritiro psicotico non è immaginazione creativa ma una costruzione alternativa alla realtà, nutrita da sensazioni e autoeccitazioni che sostituiscono la dipendenza affettiva dagli Altri. Questo mondo interno diventa progressivamente avvolgente, invade ogni spazio e conduce a una crisi psicotica in cui l’esperienza non è più pensata ma subita, fatta di percezioni nude, frammenti sensoriali, figure prive di significato. È in questo senso che De Masi parla di morte della mente, poiché la capacità di comprendere se stessi attraverso i legami si dissolve e ciò che resta è un funzionamento che può essere contenuto o sedato ma non più riparato nella sua radice evolutiva.
All’interno di questo quadro la riflessione di De Masi distingue con chiarezza l’angoscia nevrotica dall’angoscia psicotica. Il soggetto nevrotico teme la morte perché possiede un Sé coeso, una storia interna, una identità che dà continuità alla propria esistenza. La morte viene pensata come il rischio di perdere se stessi, i propri legami, il tempo biografico che dà forma alla vita psichica. In questo senso l’angoscia della perdita e l’angoscia della fine sono esperienze profondamente umane, radicate nella capacità simbolica di rappresentare il futuro e l’assenza. Il soggetto psicotico vive un’esperienza radicalmente diversa: la sua angoscia non nasce dal timore di morire come individuo, ma dall’impossibilità di mantenere una coesione interna. Quando il Sé è frammentato o non sufficientemente costituito, la morte non è un evento futuro ma un vissuto immediato di annientamento. Le persecuzioni, i deliri, la certezza di essere minacciati o inseguiti da forze onnipotenti sono il tentativo di dare forma a un terrore senza rappresentazione. L’angoscia non è quella dell’essere umano che teme la fine della propria biografia, ma quella di una mente che non può reggere la propria disintegrazione. Se il nevrotico teme di perdere la vita, lo psicotico teme di perdere ciò che resta del proprio fragile nucleo identitario. È per questo che molti pazienti psicotici non percepiscono la morte come un rischio da evitare ma possono esserne attratti, poiché la fine biologica non appare più spaventosa della vita psichica collassata che abitano.
Questa distinzione permette di comprendere perché la psicosi, per De Masi, non sia semplicemente un disturbo grave ma una trasformazione della mente che ha impedito la crescita prima ancora di interromperla. La morte della mente non è un esito finale, ma un processo che inizia molto presto, quando il bambino sostituisce l’Altro reale con un mondo sensoriale che diventa più rassicurante, più controllabile e infine più tirannico della realtà stessa. Nel lavoro clinico questa prospettiva comporta la necessità di riconoscere i limiti della cura e allo stesso tempo di comprendere la verità soggettiva che ogni paziente psicotico porta con sé, una verità che è sempre la traccia di un tentativo fallito di proteggersi dall’annientamento. Comprendere questa verità è il primo passo per costruire uno spazio di rapporto che, pur senza poter ripristinare ciò che non si è sviluppato, possa contenere la frattura e ridurre l’impatto di un’angoscia che non è mai della morte in senso umano, ma della dissoluzione totale del Sé.